Trascrivo di seguito lo scambio di mail che ho avuto con Lothar al margine della recensione del libercolo su Anobii. Credo ne valga la pena, sono emersi un sacco di spunti interessanti.
1. Lo stile
Lothar: Lo stile l'ho trovato semplice e pulito, gradevolmente ritagliato sulla novella. Nell'ipotesi di ampliarla fino alla dimensione di un romanzo (e, mi ripeto, la storia ha diversi passaggi che potrebbero essere approfonditi e nuovi episodi che potrebbero essere interposti fra essi), magari lo renderei meno... omogeneo.
Mi spiego, io credo che ognuno ha il suo stile ma che questo vada modulato attorno allo specifico episodio che si va raccontando. Io ad esempio amo essere descrittivo eppure c'è differenza fra il momento in cui dipingo un paesaggio (lasciandomi più andare ed elevando lo stile verso un timbro più aulico) e quando tratteggio una scena d'azione (asciugando a favore del ritmo). Lo stile resta riconoscibile, ma allo stesso tempo varia parzialmente la forma. Ora, io ho percepito queste variazioni in alcuni passaggi della tua storia, nel modo un po’ laconico con cui chiudi alcuni capitoli, ad esempio. Ma ho avuto l'impressione che la dimensione della novella (che per forza di cose ti porta a far accadere gli episodi chiave in successione, con poche pause) abbia lasciato poco spazio alla tua penna per le variazioni di registro. E, ancora, ritengo che approfondendo potresti metterti alla prova in questo senso, secondo me con buoni risultati.
Giusto come appunto, ho notato un paio di termini un po’ troppo moderni ('leader' e almeno un altro che ho sulla punta della lingua ma non viene fuori...

). La diatriba qui è accesa, su modernismi o anacronismi, io credo che, in funzione della terminologia che solitamente usi, se ne potrebbe benissimo fare a meno in favore di qualcosa di più... a tema.
Kolos: Vera la tua osservazione a proposito dello stile. Mi sono accorto che certe frasi stanno bene sulla bocca di un certo personaggio, malissimo se e' un altro a pronunciarle. In più, certe parole stanno male e basta (tipo "leader", un orrore di cui mi ero già reso conto).
2. La prima persona
L: Un approfondimento recherebbe giovamento anche alla storia che a mio avviso se lo merita. L'aria da 'librogame' di cui parlo su Anobii dipende anche dal fatto (summenzionato) che tutto evolve rapidamente.
K: Be', non è semplice sviluppare un intreccio complesso quando si narra in prima persona. Però qualche idea mi sta venendo, spero di riuscire a realizzarla. Intanto, sto provando a sviluppare il mondo di Kolos in un contesto preciso, con tanto di geografia e qualche cenno storico-mitologico. Staremo a vedere che succede.
L: La prima persona, in effetti, è una scelta complessa. Io l'ho adottata soltanto una volta, in un racconto, mi rendo conto di quanto implichi una visuale ristretta, poco adatta ad una trama complessa.
3. L’intreccio
L: Dovresti (come intuisco tu stia facendo) dettagliare e cesellare un po’ più il contesto in cui i personaggi si muovono, il famoso background. Io non sono per l'originalità a tutti costi, il tuo scenario generico m'ha per certi versi fatto sentire a casa, riportandomi in mente i miei primi passi nel fantasy, ma qualche riferimento in più, ben dosato, non potrà che aiutarti ad estendere la trama o a buttare giù un prosieguo. Come avrai immaginato leggendo Lothar, amo il tocco dark nel fantasy, e per questo motivo ho apprezzato quello che hai dato alla tua storia, con i demonologi e i sacrifici di sangue!
K: Grazie per il tuo apprezzamento sul dark. Se ti e' piaciuto il Serpente Cornuto, dovresti leggere cosa mi e' uscito fuori nel seguito: giuro che a rileggerlo mi chiedo come possa aver pensato a cose così macabre. Vabbe', il male esiste e non ha senso edulcorarlo.
4. I personaggi
L: Quest'ultimo appunto mi porta ai personaggi... M'è piaciuto il conte Uriel e la sua storia così tragica. L'amore perduto, divenuto sua nemesi, il sacrificio finale... Ho pensato che, se si fossero incontrati sul ponte di quella nave, Lothar si sarebbe fermato volentieri in sua compagnia, a fumare la pipa con lui, affacciati entrambi sul mare nero, a condividere, a parole o senza, il dolore insanabile che macera l'anima. Una storia (quella passata di Uriel) che merita un approfondimento! Così come lo merita Ghib... la sete di potere e la caduta meriterebbero maggiori sfumature, per evitare di farne un cliché, e mi fa piacere sapere che ci stai lavorando.
K: Lothar e Uriel insieme a fumare sul ponte della nave? E' un'immagine che mi onora! Sì, sono entrambi personaggi tormentati e un po' "romantici", se mi permetti il riferimento letterario. Ho aggiunto un paio di capitoli in cui cerco di approfondire la psicologia del conte, spero di riuscire a renderlo una figura più verosimile.
Anche Ghib merita un po' più di spazio: hai colto il problema, la caduta di un uomo bruciato dalla sete di potere. Perchè abbandona il villaggio dei pescatori? Come diventa capo dei pirati? E qual e' il suo rapporto con la Dama? Sono punti a cui proverò a rispondere, anche se sempre "in punta di matita", come dici tu.
L: Ottimo, hai una buona base da cui partire. Quanto al "romantici", sì, ho sempre pensato che Lothar sia molto ottocentesco come personaggio.

5. Il libraio
L: Infine un'annotazione a margine e una curiosità. Ho colto (e apprezzato) la scelta di chiudere la storia con un riferimento al suo principio (lo spirar della brezza salmastra). Elegante. ;)
La curiosità: da dove deriva l'idea di non avere dato (per il momento) un nome al protagonista. In verità, neppure lo descrivi (io l'ho immaginato con la tua faccia... ho fatto male? ;-PPP). Me lo sono domandato spesso e non capita molte volte di avere l'autore a portata di orecchio che risponde alle tue domande. ;)
K: Non sono un fan delle descrizioni puntigliose, perchè credo che una prosa evocativa sia piu' forte di una descrittiva. Preferisco dare pennellate qua e là, facendo riferimento ad un particolare significativo, ad un evento, ad una frase, senza fare la cronaca minuto per minuto.
L: Discorso complesso. Pur avendo uno stile descrittivo, la penso come te. Nei miei romanzi la descrizione non vuole mai essere un esercizio di stile, bensì uno strumento per creare suggestione. Non è semplice trovare la giusta misura, e non si finisce mai di calibrare la penna.
K: Per questo l'aspetto del libraio rimane nel mistero. Così come il suo nome. Non e' facile dare un nome, aspetto che il libraio incontri qualcuno che capisca la sua natura al punto da affermarla in pieno. Solo così scoprirò come si chiama!
L: Aspetto intrigante, questo, della tua opera.
K: Riguardo all'aspetto: c'e' chi lo immagina spilungone, chi mingherlino, chi piccolo, chi basso. Con la mia faccia, con la faccia di qualcun altro. Non importa. Quel che e' importante e' costringere il lettore a lavorare di fantasia, in modo da farlo più suo.
L: Molto librogame!

A me piace avere una descrizione dei personaggi per il semplice fatto che non sopporto (e m'è capitato tante volte!) d'immaginarmene uno 'bianco' che poi, a distanza di tante pagine, l'autore mi rivela essere 'nero'! Mi manda ai matti quando me lo sono figurato sbagliato!!!

Mi piacciono alcuni spunti/particolari che danno profondità alla vicenda, la rendono visibile e vera (due su tutte: il tavolo incrostato di cera e il cuoco che parla male degli altri marinai). Mi piace anche la fine di Uriel (nome impegnativo…) perché non del tutto prevedibile.
Ho però una critica da muovere … cioè, mi sembra un po’ un racconto con temi importanti trattati talvolta con eccessiva brevità e con un intreccio un po’ troppo lineare (vedi sorte del fratello di Aurora). Alcuni personaggi sono un po’ “piatti” e stereotipati. Lo so, io non saprei fare di meglio, però tu si.
Pensandoci bene, il mio giudizio è viziato dalla convinzione che se fosse stato più di ampio respiro sarebbe stato meglio. Più lungo. Non ne faccio una questione di volume/peso, però un libro per “prendermi” deve essere un po’ più lungo. Altrimenti meglio un racconto. Non so quale forma ti è più congeniale, ma per una cosa di lunghezza media vedrei meglio un racconto …
Molti i commenti simili. E’ vero, alcuni personaggi sono accennati solo di sfuggita ed alcuni sviluppi della storia fin troppo banali. Questo essenzialmente per due problemi. Anzitutto, il racconto e’ scritto in prima persona: questo crea uno squilibrio tra l’approfondimento psicologico del narratore, l’unico che può affidare alle carte i suoi pensieri, e quello degli altri personaggi, che dipendono essenzialmente da dialoghi e descrizioni. Vedo tre soluzioni: (1) fare del narratore un sensitivo in grado di capire al volo pensieri e drammi altrui; (2) passare dalla narrazione in prima persona a quella in terza persona; (3) tentare di trovare un equilibrio tra osservazioni personali, descrizioni e dialoghi. Personalmente, propendo per la terza opzione: i risultati lasciano ancora a desiderare, ma almeno mi sto accorgendo del problema.
C’e’ poi la questione della lunghezza. Il racconto e’ molto breve (poco più di settanta pagine) e la stessa storia poteva essere raccontata con più particolari e colpi di scena. La trama e’ semplice, quasi lineare. Confesso di fare molta fatica a riscrivere qualcosa a cui ho già dato (o mi sono convinto di averlo fatto) una forma più o meno definitiva. Forse un giorno riuscirò a fare un passo indietro e a rimettere mano al racconto come se fosse stato scritto da un altro. Per adesso, preferisco concentrarmi sul seguito della storia, provando a mettere in pratica i consigli ricevuti. Il metodo è discutibile, ne sono cosciente, ma per il momento non riesco ad applicarne di diversi.