Il giovane si trovava in mezzo al lago, su una barchetta piccola piccola. Aveva molte lenze e una sola canna da pesca. Appoggiato sul fondo della barca, un secchio colmo di pastura e un barattolo pieno di esche vive. 
E tu, che oggi ti interroghi su cosa meriti di essere raccontato, quanta passione hai? Quale scintilla di rivelazione fa nascere la tua voglia di scrivere? (Pseudonimo)
E' stato un minuto di riflessione piuttosto lungo, lo ammetto. Che volete, è un periodo in cui la vita chiede tutta la mia attenzione, e non sempre riesco a fermarmi a raccontare.
Comunque, eccomi qui, alle prese con la domanda di Pseudonimo. Una vera provocazione, soprattutto in un momento come questo, in cui sto mettendo in discussione molte posizioni che credevo inattaccabili. Non è sempre piacevole guardarsi allo specchio, sapete? Scopri cose di te che non ti aspettavi, sei costretto a porti domande scomode e a rinunciare a qualche alibi rassicurante.
E questo che c'entra con la scrittura? C'entra, c'entra. Ma andiamo con ordine.
Quando sono di umore nero allora scrivo / frugando nelle nostre miserie / di solito ho da fare cose più serie / costruire su macerie o mantenermi vivo. (Guccini)
Passano gli anni, cambiano le situazioni, ma in fondo il primissmo impulso che mi spinge a prendere in mano la penna rimane lo stesso. E' sempre stata una necessità. Uno sfogo, un tentativo di esorcizzare i miei demoni, rinchiudendoli in una gabbia di parole per poterli osservare con calma. E' stato anche un modo per prendermi qualche rivincita, dando voce ai miei desideri perchè si avverassero almeno nelle mie fantasie.
Scrivo da sempre. Pensieri senza capo né coda, racconti lunghi e racconti brevi, pagine di diario e via dicendo. Ma una cosa è buttare giù due righe sotto l'impulso della rabbia o della malinconia, un'altra è farlo leggere a qualcuno. E una cosa è far leggere quello che scrivi a chi ti conosce da tempo, ed è magari disposto a chiudere un occhio sulla forma con cui certi pensieri sono stati espressi; un'altra è decidere di pubblicare e confrontarsi con lettori che non ti conoscono e non hanno nessun motivo per accogliere positivamente il tuo lavoro. In questo caso gli sfoghi non bastano. Occorre avere qualcosa da dire. Qualcosa di bello, ma anche qualcosa di brutto, che hai imparato vivendo. Le domande che ti sei posto e gli accenni di risposta che pensi di aver trovato.
Perchè dunque ho spedito i miei scritti ad un editore? Me lo sono chiesto spesso. Egocentrismo? Curiosità? Desiderio di verificare quanto valessi come narratore? Siamo onesti: fa piacere vedere il proprio nome sulla copertina di un libro. Piace a tutti ascoltare le lodi di chi ha interesse a vedere il tuo racconto pubblicato.
Ma è solo per questo? La domanda me la sono fatta, con un po' di angoscia. Sono andato a rileggere il mio libretto, ho provato ad osservare di nascosto il libraio, Febo e gli altri , senza che se ne accorgessero. E mi sono reso conto, con sollievo, che in quelle pagine c'è qualcosa di più.
In fondo, questo breve racconto non è altro che il mio piccolo tributo alle poche, belle e preziose amicizie che mi è capitato di avere. Il libraio di Kolos è stato un modo per raccontare questi incontri, che mi hanno aiutato in momenti critici. Vale la pena affrontare il pubblico per questo, perchè penso che possa aiutare ad avere un po' di speranza quando calano le tenebre.
Certo, mi piacerebbe che le belle amicizie risolvessero il dramma della vita. Non è così, anche se per un periodo mi sono illuso che lo fosse (e i miei scritti ne hanno certamente risentito - vedete che certi discorsi c'entrano?). Mi sono sbagliato, ma questo non toglie nulla al mio messaggio.
"Amico" rimane una parola bellissima.
Ad un anno dalla pubblicazione de Il libraio di Kolos (giorno più, giorno meno), credo che sia il momento di fare qualche riflessione.
Quando spedii il manoscritto a Il Filo, non avevo la benché minima idea di cosa volesse dire pubblicare un libro. La mia decisione era nata un po' per gioco, un po' (lo confesso) per paura di venire dimenticato nelle brume inglesi. Non mi aspettavo un granché e la proposta della casa editrice mi colse alla sprovvista: possibile che quella breve storia potesse suscitare qualche interesse?
C'era però un particolare che mi lasciava perplesso: il contratto prevedeva delle copie da acquistare e questo faceva nascere il sosospetto che la proposta non fosse poi così disinteressata. Che fare? Consultai i miei vecchi amici, che risposero con entusiasmo, tanto che alcuni decisero di anticipare i soldi delle copie del libro che avrebbero acquistato prima ancora che questo venisse stampato.
Ecco i nomi dei miei benefattori. Se Il libraio di Kolos ha visto la luce, lo devo soprattutto a loro:
Accettata la proposta, iniziò il difficile lavoro di rifinitura. Lessi e rilessi il manoscritto, ma nonostante gli sforzi miei e della correttrice ufficiale, di errori ne sono rimasti. Questo fatto non mi dà pace: non esagero quando dico che ogni volta che trovo una sbavatura è come se ricevessi una stilettata. In ogni modo, il manoscritto fu dato alle stampe, e un bel giorno, agli inizi dello scorso agosto, ricevetti a casa le copie che avevo acquistato.
E' difficile descrivere con esattezza quello che ho provato sfogliando quel libretto. Incredulità, soprattutto: "Un romanzo, addirittura! Ma l'ho scritto proprio io?!" Sto ancora tentando di abituarmi all'idea.
Dopo la pubblicazione, sono venuti i concorsi (innumerevoli, costosi e tutti falliti), le copie da spedire per eventuali recensioni (ne ho ottenuta solo una, su Il Fogliaccio di Pisa, fatto che comunque mi ha riempito di orgoglio), e soprattutto le presentazioni e le interviste.
Due interviste (una radiofonica, una, più recente, online), due presentazioni (a Roma e a Pisa). Tutte occasioni importanti, perchè mi hanno costretto ad interrogarmi sul significato del mio racconto, e sulla natura del genere che avevo scelto, il fantasy. Mi sono reso conto che l'autore ha delle precise responsabilità nei confronti del lettore: deve provare a rispondere, a spiegare, a prendere posizione su quello che si è scritto, anche a costo di scontentare qualcuno.
Questo aspetto della "professione" proprio non me l'immaginavo. Devo dire però che mi piace non poco, perchè mi costringe a ragionare sul senso di quello che faccio.
Ho fatto bene a pubblicare, anche se a pagamento? Probabilmente sì, perchè ho iniziato a prendere sul serio qualcosa che faccio da sempre, ovvero scrivere e inventare storie. Inoltre, vedere il mio racconto trasformarsi in un libro mi ha permesso di fare un passo indietro ed esaminare con occhio critico la qualità del materiale. In questo sono stato enormemente aiutato dai lettori che mi hanno lasciato le loro impressioni sul blog, segnalandomi alcuni aspetti su cui posso ancora migliorare. Questo lavoro non è ancora concluso: aspetto ancora alcune recensioni che mi sono state promesse ma tardano ancora ad arrivare (dum spiro spero).
Che mi rimane da dire? Sicuramente, che in un mondo così difficile come quello dell'editoria italiana, non c'è spazio per errori o esperimenti amatoriali. Mi sto rendendo conto che c'è ancora molto da fare: la parte pubblicata aspetta nuove correzioni e alcune modifiche, e il secondo capitolo della saga deve essere editato bene se vuol vedere la luce.
Si torna alle sudate carte, dunque! Ma è bello, perchè si impara a dare forma compiuta alle proprie fantasticherie.