postato da Kolos alle ore 12:07
venerdì, 14 novembre 2008

storytellerL'altro ieri ho fatto quattro chiacchiere con un'amica che studia critica letteraria.

Ora, non so se vi e' mai capitato di parlare di quello che scrivete con un critico letterario: sembra di stare dallo psicologo. Hai l'impressione che tutto quello che dici e' stato gia' discusso e commentato in modo accurato ed esaustivo, molto meglio di quello che potrai mai fare tu. 

Comunque sia, e' stata una discussione interessante. Tra le tante questioni emerse, ve ne segnalo una in particolare.

Ad un certo punto, tra una birra e l'altra, abbiamo provato a capire cos'e' che rende una storia interessante. Impresa difficile, anche se stare in un pub aiuta. Non ricordo per colpa di chi, abbiamo preso come esempio Baricco.

Penso che questo scrittore sia un genio della parola. Riesce ad usare l'italiano in un modo fantastico, creando una prosa evocativa ed efficace. Se sul piano tecnico e' un mostro, sui contenuti ho qualcosa da ridire. Infatti quello che emerge spesso dai suoi libri e' malinconia, rabbia, pessimismo sottile e invadente. E' difficilissimo trovare in quel che scrive qualche nota davvero positiva. Questo mi dispiace, perche' se e' vero che spesso la realta' e' dura, non si possono ignorare i momenti di bellezza che ci aiutano a viverla.

A questo punto la mia interlocutrice ha ribattuto che il mio commento non rende Baricco meno grande. La sua genialita' infatti consiste nell'essere riuscito a descrivere sensazioni che tutti viviamo, anche se non necessariamente positive e solari.

Ha ragione, naturalmente. Ma se questo commento ha messo in pace il lettore, non riesce a tranquillizzare lo scrittore. Nel mio caso, quando butto giu' qualcosa faccio necessariamente una selezione tra le mille idee ed immagini che mi ronzano in testa. A cosa dare la precedenza?

In altre parole: quali sono le storie degne di essere narrate?

Vi giro la domanda, curioso come al solito di sapere le vostre opinioni.


postato da Kolos alle ore 11:26
sabato, 02 agosto 2008

Grazie a tutti voi per i vostri interventi (vedi post precedente), mi avete aiutato a fissare meglio qualche punto che mi frullava in capo.

Credo che il commento di Mr. King ricordato da Fabrizio riassuma in modo soddisfacente quanto emerso finora: si inizia a scrivere la prima stesura spinti da ragioni personali, ma dalla seconda stesura in poi bisogna tenere conto di chi ci leggerà.

La riflessione di Barbara poi è verissima: è il lettore a fare l'altra parte del romanzo, facendosi provocare dalla parola scritta in modi che lo scrittore non può prevedere.

Me ne sono accorto curando questo blog, dove ho pubblicato i commenti di qualche lettore de Il libraio di Kolos: gli spunti che ho ricevuto sono stati tantissimi, e devo ammettere che se sto iniziando a conoscere meglio i miei personaggi, lo devo anche alle domande che mi sono state rivolte in merito.

A questo proposito, Davide ha proprio ragione, quando dice che lo scrittore può infischiarsene del mercato, ma non del lettore, che esiste anche senza la pubblicazione.

E concordo anche con Barbara quando distingue tra lettore e dinamiche editoriali. Non sono la stessa cosa e non andrebbero confusi.

Vorrei concludere con un pensiero di Tolkien che mi ha sempre colpito e che credo c'entri in qualche modo con la nostra discussione:

«Of course The L.R. does not belong to me. It has been brought forth and must now go its appointed way in the world, though naturally I take a deep interest in its fortunes, as a parent would of a child. I am comforted to know that it has good friends to defend it against the malice of its enemies. (But all the fools are not in the other camp.)»

(Autunno 1971, Lettera a Carole Batten-Phelps)

Grazie ancora e buon agosto, ovunque voi siate.


postato da Kolos alle ore 20:18
mercoledì, 30 luglio 2008

scrittore_vecchiettoL'ultimo post ha innescato un'interessante discussione su quanto gli scrittori debbano preoccuparsi del pubblico di lettori a cui si rivolgono. Vale la pena riassumere quello che è stato detto, riproponendo in particolare i commenti di due persone che in materia di scrittura ne sanno certo più di me.

Se vi ricordate, concludevo il post con queste parole:

« (...) in un mondo così difficile come quello dell'editoria italiana, non c'è spazio per errori o esperimenti amatoriali.»

Prima avevo parlato dell'importanza dei commenti dei lettori per farsi un'idea della qualità di quello che si scrive. A questo proposito, Marco (aka LotharBasler) ha ribattuto:

«Scriviamo per sfogare una nostra esigenza personale. E mai (mai!) dovremmo permettere a quel che accade là fuori di inficiare questa nostra pulsione. Non è affatto semplice, ma dobbiamo impegnarci costantemente in questo senso. Altrimenti, avremmo perso più di quanto abbiamo guadagnato, senza eccezioni.»

In un secondo intervento, ha chiarito il suo punto aggiungendo:

« (...) io vengo da un'esperienza di scrittura molto personale, come immagino accada ad ogni esordiente. Pubblico oggi qualcosa che ho scritto dieci anni fa, sulla scorta di un impulso emotivo che non aveva nulla a che vedere con la prospettiva della pubblicazione. Agognava la possibilità di raggiungere quanti più lettori, senza dubbio, ed essere pubblicati significa, per me, soprattutto questo. Le considerazioni sul mercato le lascio a chi vende milioni di copie. Allora finisci per farne il tuo mestiere, ti commercializzi, ed ha senso che l'editore possa spingerti verso questa o quella direzione.»

Anche Fabrizio (aka ValenzaF) ha voluto dire la sua:

«Anche io vorrei dire che bisogna pur tenere conto di ciò che il lettore può pensare di quanto si scrive, ma che questo non può dettare le regole, quanto - piuttosto - essere un punto di confronto per migliorare la propria capacità comunicativa. Se un editore ti pubblica e poi si aspetta che tu risponda pienamente alle aspettative del pubblico dei lettori, beh, secondo me vuol dire che non è veramente interessato a quel che scrivi ma a quanto può guadagnare lui.»

Devo dire che sono d'accordo con entrambi i pareri. Credo che scrivere nasca anzitutto dall'intimo bisogno di raccontare qualcosa che ci si porta dietro: magari, per imprigionare i propri demoni in una gabbia di inchiostro, o forse per rendere i propri sogni più vividi, oppure per ritrarre qualcuno o qualcosa in modo da poterlo osservare con calma. Questo è un atto creativo che di solito non ha nulla a che fare col lettore. E' lo stesso impulso che spinge il pittore a prendere il pennello, o il musicista a sfiorare le corde del suo strumento.

Vorrei che questo punto sia chiaro: non c'è editore/lettore che abbia il diritto di mettere bocca sul contenuto di cosa si scrive.

D'altro canto, però, il confronto col lettore può essere utilissimo per valutare la propria capacità comunicativa. Questo l'ho capito solo dopo la pubblicazione. In precedenza, mentre scrivevo, avevo l'esigenza di raccontare qualcosa, ma non mi soffermavo molto sulla modalità con cui lo stavo facendo. Benchè sapessi più o meno cosa volessero dire, parole come trama, linguaggio, stile rimanevano per me concetti astratti.

Una volta che il libretto ha iniziato a circolare, però, mi sono reso conto che forse un personaggio l'avrei potuto tratteggiare in maniera più complessa; oppure che un dialogo avrebbe potuto suonare più verosimile se scritto in un altro modo; o magari, che certe parole stavano bene sulla bocca di un personaggio, ma stonavano se a pronunciarle era qualcun altro.

In conclusione, queste considerazioni non hanno niente a che fare con i contenuti, ma con la forma della storia. Sotto questo punto di vista, il parere dei lettori può essere prezioso.

Bene, spero di essere riuscito a spiegarmi senza risultare troppo cervellotico. Trovo questo tipo di discussioni molto affascinante, e sono contento che qualcuno abbia perso un po' di tempo a raccontarmi la sua esperienza.