Ad un anno dalla pubblicazione de Il libraio di Kolos (giorno più, giorno meno), credo che sia il momento di fare qualche riflessione.
Quando spedii il manoscritto a Il Filo, non avevo la benché minima idea di cosa volesse dire pubblicare un libro. La mia decisione era nata un po' per gioco, un po' (lo confesso) per paura di venire dimenticato nelle brume inglesi. Non mi aspettavo un granché e la proposta della casa editrice mi colse alla sprovvista: possibile che quella breve storia potesse suscitare qualche interesse?
C'era però un particolare che mi lasciava perplesso: il contratto prevedeva delle copie da acquistare e questo faceva nascere il sosospetto che la proposta non fosse poi così disinteressata. Che fare? Consultai i miei vecchi amici, che risposero con entusiasmo, tanto che alcuni decisero di anticipare i soldi delle copie del libro che avrebbero acquistato prima ancora che questo venisse stampato.
Ecco i nomi dei miei benefattori. Se Il libraio di Kolos ha visto la luce, lo devo soprattutto a loro:
Accettata la proposta, iniziò il difficile lavoro di rifinitura. Lessi e rilessi il manoscritto, ma nonostante gli sforzi miei e della correttrice ufficiale, di errori ne sono rimasti. Questo fatto non mi dà pace: non esagero quando dico che ogni volta che trovo una sbavatura è come se ricevessi una stilettata. In ogni modo, il manoscritto fu dato alle stampe, e un bel giorno, agli inizi dello scorso agosto, ricevetti a casa le copie che avevo acquistato.
E' difficile descrivere con esattezza quello che ho provato sfogliando quel libretto. Incredulità, soprattutto: "Un romanzo, addirittura! Ma l'ho scritto proprio io?!" Sto ancora tentando di abituarmi all'idea.
Dopo la pubblicazione, sono venuti i concorsi (innumerevoli, costosi e tutti falliti), le copie da spedire per eventuali recensioni (ne ho ottenuta solo una, su Il Fogliaccio di Pisa, fatto che comunque mi ha riempito di orgoglio), e soprattutto le presentazioni e le interviste.
Due interviste (una radiofonica, una, più recente, online), due presentazioni (a Roma e a Pisa). Tutte occasioni importanti, perchè mi hanno costretto ad interrogarmi sul significato del mio racconto, e sulla natura del genere che avevo scelto, il fantasy. Mi sono reso conto che l'autore ha delle precise responsabilità nei confronti del lettore: deve provare a rispondere, a spiegare, a prendere posizione su quello che si è scritto, anche a costo di scontentare qualcuno.
Questo aspetto della "professione" proprio non me l'immaginavo. Devo dire però che mi piace non poco, perchè mi costringe a ragionare sul senso di quello che faccio.
Ho fatto bene a pubblicare, anche se a pagamento? Probabilmente sì, perchè ho iniziato a prendere sul serio qualcosa che faccio da sempre, ovvero scrivere e inventare storie. Inoltre, vedere il mio racconto trasformarsi in un libro mi ha permesso di fare un passo indietro ed esaminare con occhio critico la qualità del materiale. In questo sono stato enormemente aiutato dai lettori che mi hanno lasciato le loro impressioni sul blog, segnalandomi alcuni aspetti su cui posso ancora migliorare. Questo lavoro non è ancora concluso: aspetto ancora alcune recensioni che mi sono state promesse ma tardano ancora ad arrivare (dum spiro spero).
Che mi rimane da dire? Sicuramente, che in un mondo così difficile come quello dell'editoria italiana, non c'è spazio per errori o esperimenti amatoriali. Mi sto rendendo conto che c'è ancora molto da fare: la parte pubblicata aspetta nuove correzioni e alcune modifiche, e il secondo capitolo della saga deve essere editato bene se vuol vedere la luce.
Si torna alle sudate carte, dunque! Ma è bello, perchè si impara a dare forma compiuta alle proprie fantasticherie.
Qualche settimana fa Antonella (antanz1967) mi ha sorpreso proponendomi un'intervista sul suo blog. Questo weekend sono finalmente riuscito a rispondere alle sue domande. Ecco un'anterpima:
Ecco la registrazione dell'intervista radiofonica del 20/12/07: provate a contare quanti "sostanzialmente" ho detto in un minuto...