Prima di concludere, vorrei spiegare qual è il motivo principale per cui Tolkien continua ad essere per me una lettura fondamentale. Lo faccio mettendo a confronto il SdA con i romanzi di altri due scrittori di genere più o meno fantastico, Terry Pratchett e George Orwell.
Iniziamo da Terry Pratchett. Molti di voi lo conosceranno: è forse il più illustre rappresentate del “fantasy demenziale”, creatore di Mondo Disco (Discworld) e di tutti i suoi strampalatissimi abitanti, Scuotivento (Rincewind) per primo. Se cercate qualcosa che vi faccia scoppiare a ridere mentre siete in treno, è il vostro autore: il divertimento è assicurato.
Di libri di Pratchett ne ho divorati un sacco negli ultimi anni. E via via che leggevo mi sono accorto che dietro quel fare scanzonato c’è una concezione dell’uomo molto, ma molto interessante. Se ci fate caso, infatti, molti degli eroi di Mondo Disco si assomigliano. Sam Vines (Guards! Guards!, The fifth elephant), Moist von Lipwig (Going Postal; Making money) – tanto per fare un paio di esempi – sono diverse rappresentazioni della stessa tipologia di persona: colui che, nonostante le avversità, riesce a portare a termine la sua missione, conquistando il successo grazie alle proprie qualità, che lo rendono quasi un supereroe. E’ il mito del “self-made man”, ma elevato all’ennesima potenza. Tutti i riflettori, infatti, sono puntati sul protagonista, non c’è spazio per altro: miti e leggende vengono smascherati come superstizioni umane (Hogfather, per esempio); così la religione e i suoi dei. Se vi andate a leggere Small Gods, per esempio, scoprirete che per Pratchett è la grandezza del profeta a fare grande il dio, non viceversa.
Come vedete in Pratchett c’è molto di più che demenzialità: c’è una visione dell’uomo ben precisa, uomo come unico artefice del proprio destino. E’ un ottimismo esasperato, al punto che è difficile, trovare qualche accenno ai limiti umani, al fallimento, all’errore. Sembra quasi di sentir parlare Boromir.
Se Pratchett è un moderno umanista, con una fede
irriducibile nell’uomo e nelle sue potenzialità, George Orwell è terribilmente pessimista. 1984 è un romanzo terribile, inquietante, molto ma molto amaro. Narra la lotta di Winston Smith, un Signor Rossi qualunque, contro il Grande Fratello, l’incarnazione di un potere anonimo e invadente capace di controllare ogni aspetto della vita umana. La storia di Smith è una storia spesso esaltante, il successo sembra a portata di mano, è un uomo che non si piega e nonostante tutto continua ad opporsi al potere, sperando di sconfiggerlo. Durante questa avventura, trova perfino l’amore in Julia, una compagna che lo assisterà nella sua lotta. Questo, almeno, finché non viene scoperto ed imprigionato.
Gli ultimi capitoli della storia mettono i brividi. Smith dapprima non cede, nonostante torture, fame e sete: l’immagine di lei lo accompagna negli abissi più profondi. Questo fino a quando non viene portato nella famigerata Stanza 101. Sapete come fa il Grande Fratello a sconfiggere Smith? Lo mette davanti al proprio limite più grande, quella grande ed inconfessabile paura che si porta dietro da sempre. Davanti a questo, Smith cede. Il terrore è tale che lo porta a tradire se stesso, i suoi ideali, perfino la donna che ama.
Il Grande Fratello non ucciderà Smith, sa che ormai non può più nuocere. Smith ormai è un uomo finito, perché davanti alla prova si è scoperto debole, vile, egoista. Ha fallito, e rimane solo nell’abisso che il proprio fallimento gli ha aperto sotto i piedi.
A me Smith, in parte, fa venire in mente Frodo. Certo, non ha un animo nobile come il piccolo Hobbit. Forse è incapace di provare la stessa pietà, forse è un po’ più meschino. Eppure, entrambi falliscono la propria missione. Anche Frodo cade, e cade proprio alla fine. Nonostante la Compagnia dell’Anello, nonostante il fedele Sam, nonostante il Pan di Via e Galadriel. Nonostante tutto, Frodo cede al fascino del potere e arriva quasi a tradire quello in cui ha creduto fino a quel momento. Come Smith, non è il superuomo teorizzato da Pratchett.
Ma è proprio qui che la differenza tra Orwell e J.R.R. Tolkien si fa evidente. Per il primo, l’uomo è limitato e rimane solo davanti al proprio limite, non c’è nulla che lo possa salvare: questo giudizio è terribile, perché non lascia spazio ad alcuna speranza. Dopo la caduta, c’è solo disperazione. Per Tolkien, invece, “c’è sempre speranza”. C’è sempre speranza perché l’uomo è parte di un disegno più ampio, e l’esperienza inevitabile della propria limitatezza non mette il punto finale alla storia. Gandalf, Elrond, Aragorn, Galadriel: tutti sono coscienti che c’è al lavoro c’è una potenza più grande di loro, che ha assegnato ad ognuno una missione ben precisa. Missione incomprensibile, forse, ma a cui bisogna rimanere fedeli, per come si può, nonostante cadute ed errori. Perché – e un libro che fa emergere una considerazione simile è frutto di un genio – perfino il male ha un senso, perfino il male trova il suo posto nella melodia di Iluvatar (andatevi a rileggere l’inizio del Silmarillion!).
E infatti, Frodo paradossalmente viene salvato da Gollum, quel Gollum che all’inizio avrebbe voluto così tanto uccidere. La conclusione della storia non può essere compresa senza andarsi a rileggere la chiacchierata tra Frodo e Gandalf, all’inizio del SdA. Gollum non è stato ucciso da Bilbo perché l’Hobbit ha avuto pietà di lui. E’ proprio da quel sentimento di pietà, sentimento che in seguito sarà condiviso da Frodo, che nasce il germe della salvezza finale.
E qui passiamo ad un altro punto, l’antipatia istintiva che Tolkien ha sempre provato per l’allegoria. Lewis è altamente allegorico, e questo l’abbiamo già detto. Ma Tolkien?
Vi racconto un aneddoto. Dopo aver letto Il libraio di Kolos, un'amica mi scrive un commento sul blog: “Sai, me lo vedo proprio il libraio, uno spilungone!” La cosa mi ha dapprima sorpreso, visto che nel racconto non c’è nessuna descrizione del fisico di tale personaggio. Poi ho fatto due più due e ho capito: questa mia amica si immaginava un libraio fisicamente molto simile all’autore, a suo giudizio uno spilungone. Commenti simili sono fioccati: “Ma la tizia non è che è ispirata a quella o quell’altra ragazza?” Oppure: “Quel personaggio mi ricorda tantissimo Caio, è vero?” Tali domande hanno il potere di divertirmi e seccarmi allo stesso tempo: non c’è niente di peggio per uno scrittore (anche uno scrittore in erba come me) di vedere il proprio racconto ridotto ad un’allegoria del proprio vissuto. Certo, gli spunti dal mondo reale ci sono, l’ispirazione viene da quello che si vede e quello che si vive. Però, ragazzi, c’è molto di più! E se dà fastidio a me, pensate come dava fastidio ad uno come Tolkien, che ha dedicato anni a cantare le saghe della Terra di Mezzo...
A guardare bene, è Tolkien stesso a chiarire questo punto, nella prefazione al SdA del 1965:
“As for any inner meaning or ‘message’, it has in the intention of the author none. It is neither allegorical nor topical.”
E ancora:“I think many confuse ‘applicability’ with ‘allegory’; but the one resides to the freedom of the reader, and the other in the proposed domination of the author.”