Continua la corrispondenza tra Anèmbar, il libraio di Senfe, e Minsk, il bibliotecario di Briga. La lettera di Anèmbar la trascrivo qui sotto, la risposta di Minsk la potete trovare qui, insieme ai link delle epistole precedenti.
Gentile Sig. Minsk, bibliotecario della Famiglia dei Sismondi,
Le scrivo allegando copia della presente anche all'esimio Libraio di Kolos, che – ne son certo – rimarrà affascinato dalle nuove prospettive che si aprono dalla Sua comunicazione, quanto mai tempestiva.
Che Gordes possa corrispondere a Grodestà è fatto assai meraviglioso, per quanto, forse, improbabile. Mi parla di un'Epoca dei Torbidi che ha forti affinità con l'Epoca degli Approfittatori che il Regno di Grodestà si trovò a vivere dopo la cessazione d'ogni magia. Mi chiedo se ci siano collegamenti tra fatti storici avvenuti in luoghi tanto distanti (e, ricordiamoci, pur sempre divisi da un mare profondo e procelloso) e se le epoche si corrispondano. Puta caso fosse realmente così, si aprirebbero scenari inquietanti, nei quali antichi sopori del mio mondo si risvegliano per allungare le loro ombre sulle coste del vostro Marchesato. Pur non conoscendo la vostra realtà, mi vien difficile immaginare che le vostre genti siano pronte a sopportare i livori che i nostri popoli, boschi e montagne hanno conosciuto nell'arco di svariati millenni.
Ma veniamo alla questione per la quale Le scrivo. Sarebbe possibile fare ulteriori ricerche all'interno della biblioteca di tale Polidoro l'Archivista, verificando l'esistenza di qualche cronaca o scritto su eventi non pertinenti direttamente il vostro marchesato? Può darsi che in questo modo si sia in grado di recuperare elementi comuni alle due terre e gettare, così, un raggio di luce su aspetti finora poco conosciuti dei nostri paesi.
Le vorrei domandare, inoltre: ha mai sentito parlare dei cosiddetti “Libri dell'Inizio” e della “Profezia della Voce Alta”?
Con devozione,
il Vostro Anèmbar Odentorth (inspiegabilmente sofferente di un'allergia alla verza del Karna!)
Proprio così, avete letto bene.
Una notte qualsiasi, sotto un cielo trapunto di luna e di stelle. Una balconata sporge sopra una spiaggia blandita dalle onde. Due uomini affacciati. Loro due soli, e i loro pensieri.
"E' una serata limpida." dice Uriel. "Finalmente".
Lo sguardo di Lothar è perso nei flutti, oltre i velo di fumo che gli sale dalla pipa. "Una serata che placa la mente. E libera i pensieri."
Uriel rimane in silenzio. Attraverso gli occhi socchiusi, osserva la luna disegnare sulle onde una via luminosa che scolorisce all'orizzonte. Per un istante sorride tra se', perso nei ricordi: "Hai notato?" mormora alla fine: "E' sempre piu' difficile trovare un po' di tempo per godersi momenti come questo."
"Sempre più difficile, sì. Eppure," Lothar scocca un'occhiata in tralice al conte, "sei davvero così certo di desiderarne di più frequenti? Spicchi di quiete che lascino fluire la mente? In avanti, indietro..." Lothar torna a scrutare i flutti. "Io non lo so."
Uriel annuisce lentamente. "C'e' del vero in quello che dici." Una pausa, la bocca che si piega in una smorfia amara: "Forse non e' un bene perdersi nei pensieri troppo a lungo. Di sicuro, e' pericoloso indugiare in certi ricordi..." Il conte si morde le labbra: "Il passato e' come uno specchio oscuro." continua, e la sua voce e' quasi un sussurro rabbioso: "Ti costringe a fare i conti con quello che eri e con quello che sei divenuto."
"E' la condanna della memoria." mormora Lothar. "C'è stato un tempo in cui mi sono illuso di poter vivere a prescindere dal passato. Di potergli semplicemente voltare le spalle, di relegarne l'eco in fondo al cuore, come una pulsione sorda cui ci si può abituare. Sopravvivergli, piuttosto che vivere. Finché qualcuno non è giunto a spalancarmi gli occhi, ad assassinare le mie illusioni. Da allora ho capito che non puoi sfuggire a ciò che t'ha reso quel che oggi sei ."
Uriel si gira a guardare Lothar. Il suo viso e' un mosaico di diverse passioni: dolore, rabbia e paura. Forse, disperazione: "Non lo so, amico mio." dice dopo un po': "A volte e' meglio non voltarsi indietro e correre, correre per la strada che e’ stata imboccata finche' si ha fiato." Abbassa il capo, lo sguardo perso nella spuma delle onde: "Sono arrivato ad odiarla, quella strada. Ma continuo ad andare avanti - devo andare avanti, perche' non mi resta altro. Perche' se mi fermassi, anche solo per una breve sosta, sprofonderei nella follia."
"Follia..." un angolo della bocca di Lothar si arriccia, in una smorfia che assomiglia a un mezzo sorriso. "Sarebbe una facile scappatoia. Ma se non sei impazzito finora, allora temo che gli dèi abbiano deciso d'accordarti ancora meno clemenza della poca che credi. Conosco il castigo d'una mente salda, capace di preservare intatti i ricordi e le emozioni malgrado il subisso dei travagli," la voce di Lothar si smorza in un sussurro, "le rendo conto ogni maledetto giorno che trascorro in questo mondo." Si volta verso Uriel, per la prima vera volta da quando si sono affacciati sulla spiaggia. "Dimmi, conte, " la voce è piatta, ma i suoi occhi verdi paiono ardere d'una muta supplica, "credi davvero che esista uno spiraglio in fondo alla tua strada, o la tua corsa s'è ridotta a mera inerzia priva di speranza?"
Uriel chiude gli occhi e sospira. Fa per aprire la bocca, esita un momento, poi scuote il capo e inizia: "Da quando mia moglie e' scomparsa, sono sprofondato nelle tenebre.” Le parole escono a fatica, come se fossero troppo dure da pronunciare: “La Luce che ho servito per anni e' venuta meno, soffocata dall'orrore che provavo per me stesso e per quello che avevo fatto." Il conte riapre gli occhi, e sono occhi lucidi quelli che incrociano lo sguardo di Lothar: "Da allora ho iniziato a corteggiare la morte. Lunghi anni al servizio del mio Re, affrontando pericoli innominabili in notti senza luna." Sorride beffardo, prima di continuare: "La gente mi crede un eroe, come lo era mio padre. Ma non e' vero. Sono solo un vile, in fuga ormai da troppo tempo."
"Ho conosciuto un uomo che non la smetteva mai di sperare." Lothar torna a mormorare al mare attraverso il fumo della pipa. "Aveva visto il suo migliore amico massacrato da una creatura oscena, s'era costretto ad abbandonare una moglie e un figlio non ancora nato senza nemmeno riuscire a darsi una spiegazione. Era un esule, della sua patria e di una giovinezza tradita. Ma continuava sempre a mettere un passo avanti all'altro. E non per inerzia, no. Lui in quella luce in fondo alla via ci credeva davvero." Lothar si scuote all'improvviso dall'indolenza. Uno scatto brusco, fulmineo. Sguaina la spada che porta al fianco. La lama, d'improvviso esposta al bacio della luna, è cupa. Un artiglio sottile e ricurvo, fessurato di rune arcane. "Questa è Shaka Ni Mha, la Lama delle Ombre. E' l'origine di ogni mia sofferenza. A causa sua ho perduto mia moglie e il sogno d'una esistenza felice. A causa sua m'è stato impedito di provare a dimenticare. A causa sua sono stato costretto a tornare indietro sulle tracce di una vendetta obbligata." I suoi occhi si stringono, per un attimo le ombre attorno alla lama paiono trascolorare al lucore emanato dalle rune. Ma è solo un momento, subito l'acciaio torna oscuro. "Eppure quell'uomo che non la smetteva mai di sperare, camminando al mio fianco, m'ha convinto che un barlume esiste sempre, purché non ci ostiniamo a negarlo. M'ha convinto lui e m'hanno convinto altri. Che luce esiste persino nella tenebra più fitta. E che il mio cuore batte anche se io lo credo inerte."
"Ma puo' bastare l'esempio di qualcun altro a convincere a sperare?" Un’esclamazione amara, sfuggita dalle labbra del conte prima che potesse soffocarla: "Certo, un amico puo' darti una parola di conforto, puo' scuoterti, puo' aiutarti a camminare. Ma nessuno puo' sostituirsi al tuo dolore, nessuno." La voce ora e' ferma, sicura. Uriel non nasconde i suoi pensieri con belle frasi, questa notte: "Quando le ombre si fanno piu' fitte, quando il cuore ti sanguina al punto da volertelo strappare dal petto, non bastano esempi o buone compagnie. Sei solo, solo con te stesso. E in quei momenti, o sei tu ad intuire un senso, una luce, qualcosa che ti faccia andare avanti, oppure la caduta nel baratro e' inevitabile." Abbassa la testa e sussurra tra se': "E' una prova terribile. E io non sono sicuro di averla superata."
Lothar si volta a guardarlo. Tiene la pipa in mano, le ultime briciole di tabacco ormai spente nel fornello. "Forse l'errore sta nel porsi la domanda. Superata o no? Forse la verità è nella voce che ancora sei in grado di soffiare fra le labbra, non nel significato della risposta." Indica l'orizzonte con la pipa. Sulla spianata increspata del mare, stelle e luna sbiadiscono al primo vagito d'autora. "Siamo vivi, io e te, nella carne e nello spirito. Lo siamo stanotte, ché proviamo ancora dolore e nostalgia nel perdere lo sguardo tra le onde. E lo saremo domani, sotto al sole del nuovo giorno. Saremo vivi e saremo i nostri ricordi. Belli e brutti, felici e strazianti. Sono loro a renderci ciò che siamo. E a loro dobbiamo l'impegno ad andare avanti. A loro dobbiamo lo sforzo di continuare a sperare."
Sono interrotti da un improvviso cinguettio. Allegro, argentino, sembra la risata di un essere fatato. Uriel si ferma per un istante ad ascoltare, poi si scuote, passandosi una mano su gli occhi: "Forse hai ragione. In fondo, se sono ancora vivo e' perche' non riesco a dimenticare la bellezza che ho visto in questa misera esistenza. Gli occhi di mia moglie. La voce di pochi cari amici. Il riso di un bambino tra le braccia della madre..." Le parole si spengono sulle labbra, e il conte tace. La sua figura si staglia immobile e nera sul manto della notte, come una silenziosa statua in attesa del mattino.
La notte qualsiasi recede incalzata dall'albore del giorno novello. Sfiora le onde, la spiaggia, la balconata. Sfiora i due uomini, i loro cuori forse appena più leggeri. Due uomini affacciati.
Loro due soli, e i loro pensieri.
Continua la corrispondenza con Anèmbar, il libraio di Senfe. Questa volta a rispondere e' Minsk, un vecchio bibliotecario che compare nel secondo capitolo della storia di Kolos (speriamo di pubblicare anche questa prima o poi!). La sua missiva la potete trovare qui, la lettera di Anèmbar la trascrivo qui sotto.
Carissimo Libraio di Kolos,
mi perdoni se l'ho fatta attendere oltremodo per una mia risposta. Purtroppo il gelo è sceso su tutte le terre di Ardeth, e in questa parte dell'anno che va dal giorno della rinascita del sole (che noi usiamo chiamare Eu-Lyron, Prima Luce) ai quaranta giorni successivi, non è molto semplice muoversi nemmeno per le strade che si trovano al di sotto della linea dei nostri monti più importanti, i Midigoros. Per questo motivo i latori di missive non usano muoversi per ben più di qualche decina di giorni, memori di ciò che accadde circa quattrocento anni fa per queste lande ghiacciate, in un inverno molto simile al presente: 350 poveri innocenti vennero sbranati dalle bestie selvatiche, scese fin dalla foresta del Masso Verde alla ricerca di cibo.
Detto questo, spero che voglia accettare una breve riflessione su un paio di punti dell'ultima sua missiva.
Giustamente (e, credo, comprensibilmente) lei m'informa che troppo dolore le costa rammemorare i titoli contenuti nella sua certamente splendida libreria. Le chiedo, allora, informazioni circa un unico titolo. Basterebbe a mettermi il cuore in pace e aiuterebbe questo povero vecchio a restituire al mondo di Stedon un tassello della sua importante, e troppo spesso lacunosa, storia antica. Vorrei sapere se per caso tra i titoli in sua custodia, per chissà quale strano scherzo del destino, ci fosse anche un manoscritto intitolato Triste viaggio di Geshwa e suo padre attraverso il grande Masso Verde, risalente a 195 anni fa. Si dà il caso che si tratti del manoscritto ispiratore del romanzo Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde, di Nildon Lonstat. Tuttavia non voglio tediare la sua gentilezza, e qualora si sentisse sovraffaticato da una simile richiesta, la prego di lasciarla cadere nella cassa in cui vanno a finire le cianfrusaglie di poca o punta importanza.
Un'altra considerazione riguarda la parola magia, che dalle mie parti viene chiamata Lingua Onoferica, per ricordare il suo creatore, un certo Onofererne, di memoria a dire il vero scura e odiosa. Concordo con quanto scrive circa il potere solamente divino della “creazione” e al riguardo le posso riferire che Onofererne si diede a inventare la Lingua per invidia di creature superiori, in grado di plasmare – a suo dire – la natura delle cose secondo il loro volere. La realtà è ben diversa: ci sono esseri ed entità che, in colloquio profondo con il creato, sono in grado di accordarsi con esso e perciò di trarne vantaggi e conseguenze che noi Esseri Umani non possiamo se non gustare fortunosamente. Tuttavia, ben altra è l'eredità alla quale siamo stati destinati dal Padre che sta in cielo, e ci sono già forti segnali che Egli stia per concludere il suo progetto su di noi, attraverso di noi, per noi. Perciò, a cosa mai servirebbe una lingua della magia?
Mi auguro che questa lettera, giunta di sicuro troppo tardi, abbia solleticato pur se in minima misura la sua curiosità e che possa contribuire a rinsaldare l'amicizia che mi viene porta da sponde distanti. Come un arcobaleno, l'amicizia pare unire terre invero differenti.
Ossequiosamente, suo
Libraio di Senfe
Anèmbar Odentorth.