E qui passiamo ad un altro punto, l’antipatia istintiva che Tolkien ha sempre provato per l’allegoria. Lewis è altamente allegorico, e questo l’abbiamo già detto. Ma Tolkien?
Vi racconto un aneddoto. Dopo aver letto Il libraio di Kolos, un'amica mi scrive un commento sul blog: “Sai, me lo vedo proprio il libraio, uno spilungone!” La cosa mi ha dapprima sorpreso, visto che nel racconto non c’è nessuna descrizione del fisico di tale personaggio. Poi ho fatto due più due e ho capito: questa mia amica si immaginava un libraio fisicamente molto simile all’autore, a suo giudizio uno spilungone. Commenti simili sono fioccati: “Ma la tizia non è che è ispirata a quella o quell’altra ragazza?” Oppure: “Quel personaggio mi ricorda tantissimo Caio, è vero?” Tali domande hanno il potere di divertirmi e seccarmi allo stesso tempo: non c’è niente di peggio per uno scrittore (anche uno scrittore in erba come me) di vedere il proprio racconto ridotto ad un’allegoria del proprio vissuto. Certo, gli spunti dal mondo reale ci sono, l’ispirazione viene da quello che si vede e quello che si vive. Però, ragazzi, c’è molto di più! E se dà fastidio a me, pensate come dava fastidio ad uno come Tolkien, che ha dedicato anni a cantare le saghe della Terra di Mezzo...
A guardare bene, è Tolkien stesso a chiarire questo punto, nella prefazione al SdA del 1965:
“As for any inner meaning or ‘message’, it has in the intention of the author none. It is neither allegorical nor topical.”
E ancora:“I think many confuse ‘applicability’ with ‘allegory’; but the one resides to the freedom of the reader, and the other in the proposed domination of the author.”
In attesa della seconda parte dell'intervento su Tolkien, pubblico il commento che un caro amico mi ha mandato dopo aver letto il libercolo, scusandomi per il mostruoso ritardo.
Che dire, in realta' non c'e' molto o forse troppo. Le parole non sono le piu' adatte a descrivere mondi interiori e quei pochi che ci riescono, anche se solo parzialmente, contribuiscono ad allietare il grigiore di molti mondi esteriori.
Il libraio di Kolos riesce a risvegliare emozioni sopite e a farci sognare. Uno dei piu' alti valori che un libro puo' avere e' il legame che riesce a creare con il lettore. Avere parole che restituiscono vivide immagini e' la possibilita' di ricreare soggettivamente un mondo che solo temporaneamente viene fermato oggettivamente nello scorrere delle parole. (1)
Il libraio di Kolos non e' semplice evasione ma possibilita' di riacciuffare con nostalgia innocenza perduta. E'un viaggio che molti di noi compiono a ritroso nel proprio vissuto, epopea nostalgica di rara intensita'.
(1) Dietro richiesta del curatore del blog (piuttosto tardo quando ci si mette), Raimondo ha gentilmente spiegato meglio quello che intendeva con la frase sottolineata. Il curatore, grato, ringrazia.
In parole povere: quando scrivi fermi emozioni che hai ricreato nella mente. L'uso delle parole ti permette di ottenere un risultato il piu' vicino possibile a quello che vuoi che il lettore percepisca: tenti di oggettivare emozioni che in precedenza soggettivamente hai vissuto nel tuo interiore. Attraverso la lettura ognuno di noi ha la possibilita' di liberare le emozioni racchiuse nelle parole usate (quindi oggettivamente preservate solo temporaneamente) per riviverle in modo nuovo e soggettivo.
1. Che cos'è il SdA?La prima cosa che appare evidente a chi legge il SdA con un po' di attenzione è l’impossibilità di etichettarlo con precisione. Come definirlo? E’ un libro fascista, come pensava qualche intellettuale nostrano? E’ un libro ecologista, come dicevano gli hippie americani? E’ l’allegoria della Seconda Guerra Mondiale? E’ un’opera agiografica? E’ una lunga avventura alla D&D, come alcune scene della trilogia di Peter Jackson lasciano intendere?
Tentare di ridurre il SdA ad una di queste definizioni non funziona. Sicuramente ci sono nel testo degli spunti che potrebbero incoraggiare questa o quella lettura, ma pensare che l’opera di Tolkien possa coincidere esclusivamente con uno di questi aspetti è per lo meno miope.
Il SdA, del resto, non è nemmeno un romanzo fantasy: quando scriveva Tolkien non aveva certo la preoccupazione di condire le sue storie con quelli che solo oggi sono diventati stereotipi del genere – draghi, stregoni, elfi e nani. Da bravo pionere, si è potuto permettere di seguire altri modelli, tratti a piene mani da quella mitologia norrena che lo appassionava così tanto. Nessuno scrittore "fantasy" contemporaneo potrebbe fare altrettanto: volenti o nolenti dobbiamo tutti confrontarci con il SdA.
Insomma, come tutti i grandi della letteratura, credo proprio che sia impossibile definire Tolkien e il suo immaginario. Il SdA è molto di più di quello che sarà detto oggi, questo è sicuro. Eppure qualcosa la possiamo dire, senza il timore di spararla troppo grossa.
Una delle cose che continua a colpirmi di Tolkien, ed in un certo senso quello che mi ha influenzato di più nella mia limitata esperienza di scrittore, è il fatto che non scriva “a soggetto”. Mi spiego meglio con un esempio: prendete C.S. Lewis e le sue Cronache di Narnia. Se leggete Lewis, è chiaro che scrive con uno scopo ben preciso: spiegare il Cristianesimo ai bambini, usando un linguaggio altamente allegorico. Ti faccio capire cos’è Gesù Cristo parlando di Aslan, il leone che muore e risorge. Tema e svolgimento sono fin troppo chiari, e questo, almeno secondo me, rende tutta la costruzione fantastica di Lewis un po’ falsa. Narnia non è stata creata come terra fine a se stessa, ma serve fin dall’inizio ad uno scopo imposto dall’autore.
La Terra di Mezzo non è nata così. Tolkien non si è messo a scrivere quello che diventerà il Silmarillion perchè aveva in mente la pubblicazione o un pubblico ben preciso. Non gli interessava nemmeno scrivere un’opera di apologetica cristiana. No, la cosa più bella è che il germe di tutto il suo immaginario è stata la sua fantasia, la sua passione per linguaggi antichi e letterature di altri tempi che hanno fatto emergere miti e storie. E questo è bello, perchè nel lunghissimo processo che porterà alla pubblicazione dello Hobbit e del Signore degli Anelli Tolkien non bara mai: non dovendo dimostrare nulla, può essere libero fino in fondo, e in questo riesce a raccontare di sé quello che uno scrittore “a soggetto” non riuscirebbe a fare mai.
Certo, il SdA è un libro profondamente cristiano, cattolico, e questo è chiaro per ammissione stessa dell’autore. Se vi andate a rileggere la lettera che Tolkien scrisse nel 1953 al gesuita Robert Murray, troverete questo:
“The Lord of the Rings is a fundamentally religious and Catholic work; unconsciusly so at first, but consciously in the revision.”
A me interessa quell’ “unconsciously at first”: se il SdA è cristiano non è perchè l’autore se lo è riproposto come agenda. No. Se è un libro cristiano è perchè Tolkien è riuscito ad aprire il proprio cuore con una sincerità ed una trasparenza che hanno permesso alle sue parole di trattenere le scintille più autentiche del suo cuore. Insomma, l’indubbia cristianità – anima del SdA – è la conseguenza del modo con cui è stato scritto. Un autore che riesca a mettere il cuore in quello che scrive in questo modo, senza paura di rivelarsi per quello che è, a me colpisce profondamente.
Tolkien non indossa nessuna maschera. Forse perchè ha iniziato a scrivere partendo dalle proprie fantasticherie. Forse perchè molto di quello che ha messo nero su bianco era destinato ai suoi figli, e come si fa a barare con i propri figli? Io non lo so come ci è riuscito. Ma il fatto rimane: se la Terra di Mezzo mi convince e Narnia no è perchè nella prima riesco a vedere una luce autentica che nell’altra c’è solo a sprazzi.
(1 - continua)