postato da Kolos alle ore 12:15
domenica, 31 agosto 2008

Li ho contati, sono 22. A giudicare dai volumi in mio possesso, quella di Dragonlance è stata la saga che più mi ha influenzato durante la prima adolescenza. Certo, a parte le prime due trilogie gran parte dei libri lasciano un po' a desiderare: sono variazioni su un tema già sentito, ma contribuiscono comunque ad aggiungere qualche pennellata ad un quadro ricchissimo di particolari come quello di Krynn.
 Dragonlance
C'erano una volta due giocatori di D&D. Non giocatori comuni, badate bene: loro giocavano per professione. Tracy Hickman e Margaret Weis lavoravano per la TSR, la casa editrice madre di Dungeons & Dragons (uno dei fondatori era Gary Gygax, per intenderci). Forse per diletto, forse per missione, tra un'avventura e l'altra Tracy e Margaret iniziarono a sviluppare la loro personalissima ambientazione, dando vita al mondo di Krynn, alle sue strane razze e alle miriadi di leggende che hanno dato a Dragonlance un'atmosfera inconfondibile.
 
Una delle caratteristiche della prima trilogia, Le Cronache di Dragonlance (titoli simili sono destinati a ripetersi, eh?), è la sua forte dipendenza da D&D. Andatevi a rileggere le prime pagine di Draghi del Crepuscolo d'Autunno e vi renderete conto che dietro la personalità e l'aspetto di molti dei personaggi descritti si celano ore e ore di gioco ed interpretazione. Insomma, credo proprio di non sbagliare quando dico che Caramon, Flint e tanti altri sono stati evocati dal suono di dadi che rotolavano durante una serata tra amici.
 
Dragonlance dunque è figlia di D&D, e tale particolarità si conserva durante le prime due trilogie, Le Cronache e Le Leggende, per poi scolorire lentamente via via che a Tracy e Margaret subentrano altri autori. Questo è così vero che nella Collectors' Edition delle Cronache (piuttosto costosa ma su cui spero di mettere le mani, prima o poi), Tracy si è divertito ad annotare la descrizione dei vari incantesimi usati da Raistlin & Co, ripendendola pari pari dal regolamento base di D&D.
 
Sicuramente, agli occhi di un ragazzino entusiasta come ero io, questo faceva di Dragonlance una miniera di idee su come sviluppare un personaggio, un'avventura o una particolare ambientazione. Dragonlance per me è stata una fonte d'ispirazione sia come giocatore che come master.
 Dragonlance - Il destino dei gemelli
Col tempo però sono arrivato ad apprezzare anche il modo con cui certi personaggi sono stati sviluppati. Anzitutto Tas, un kender (che bella idea, i kender!) che mi sono divertito ad interpretare in qualche partita. Tanis, un mezzelfo lacerato dalla sua condizione, in bilico tra due mondi dolorosamente diversi. Sturm, un cavaliere senza macchia, che è pronto a sfidare la morte per l'onore (bellissimo lo scambio di saluti prima dello scontro finale). Raistlin, il classico mago debole, malato ma geniale, tanto divorato dalla brama di potere da sfidare le stesse divinità. Chi vorrà leggere i miei scritti, si renderà conto del debito che ho nei confronti dell'immaginario dei creatori di Dragonlance.
 
Forse questi vi sembreranno clichés, e forse già lo erano quando Tracy e Margaret hanno iniziato a scrivere. Ma per un ragazzo all'epoca ancora digiuno della letteratura "adulta", questi libri - semplici quanto volete - sono stati il primo veicolo per conoscere alcune raffigurazioni (anche simboliche) dell'umano che avrei trovato descritte meglio in altri luoghi e in altri tempi. E scusate se è poco.
 
(5 - continua)

postato da Kolos alle ore 22:28
giovedì, 28 agosto 2008

«Di che tratta la tua storia?».

«E' un dramma teatrale, uno non molto buono. Giusto qualcosa per passare il tempo».

«Posso leggerlo?».

«E' solo una bozza sommaria».

«Non conta: quel che conta per me è l'anima di una storia».

«E che ne è dello stile?».

«Che cos'è lo stile?» chiese David.

«Il modo in cui l'autore la racconta. Quello che lascia fuori o vi inserisce. Il suono della sua voce, il ritmo e la freschezza delle parole... tutto quello che riguarda queste cose».

«Oh sì, riesco a capire che è importante. Ma che succede quando possiedi tutte queste cose e la storia è falsa, una bella conchiglia con niente al suo interno, una statua senza cuore, come un idolo pagano?».

«Non sarebbe buono neppure questo. Resteresti sorpreso nel sapere quanti artisti di mia conoscenza credono che lo stile sia tutto. Quando ero un giovane che viveva a Parigi, la maggior parte della gente che incontrai credeva in tutta onestà che se un'opera d'arte risulta bella non abbia semplicemente importanza che cosa comunichi. Se era bella, allora era vera».

«Allora è così che si è diffusa tanta menzogna».

«Lo penso anch'io».

(M. D. O'Brien (2008), Il libraio, Edizioni San Paolo, pp.275-6)


postato da Kolos alle ore 11:03
lunedì, 11 agosto 2008

Salve a tutti, mi sono accorto di non riuscire a stare dietro al blog se sono in giro per l'Italia tra parenti e amici. Ci sentiamo fra un paio di settimane, buon Ferragosto a tutti!
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