L'ultimo post ha innescato un'interessante discussione su quanto gli scrittori debbano preoccuparsi del pubblico di lettori a cui si rivolgono. Vale la pena riassumere quello che è stato detto, riproponendo in particolare i commenti di due persone che in materia di scrittura ne sanno certo più di me.
Se vi ricordate, concludevo il post con queste parole:
« (...) in un mondo così difficile come quello dell'editoria italiana, non c'è spazio per errori o esperimenti amatoriali.»
Prima avevo parlato dell'importanza dei commenti dei lettori per farsi un'idea della qualità di quello che si scrive. A questo proposito, Marco (aka LotharBasler) ha ribattuto:
«Scriviamo per sfogare una nostra esigenza personale. E mai (mai!) dovremmo permettere a quel che accade là fuori di inficiare questa nostra pulsione. Non è affatto semplice, ma dobbiamo impegnarci costantemente in questo senso. Altrimenti, avremmo perso più di quanto abbiamo guadagnato, senza eccezioni.»
In un secondo intervento, ha chiarito il suo punto aggiungendo:
« (...) io vengo da un'esperienza di scrittura molto personale, come immagino accada ad ogni esordiente. Pubblico oggi qualcosa che ho scritto dieci anni fa, sulla scorta di un impulso emotivo che non aveva nulla a che vedere con la prospettiva della pubblicazione. Agognava la possibilità di raggiungere quanti più lettori, senza dubbio, ed essere pubblicati significa, per me, soprattutto questo. Le considerazioni sul mercato le lascio a chi vende milioni di copie. Allora finisci per farne il tuo mestiere, ti commercializzi, ed ha senso che l'editore possa spingerti verso questa o quella direzione.»
Anche Fabrizio (aka ValenzaF) ha voluto dire la sua:
«Anche io vorrei dire che bisogna pur tenere conto di ciò che il lettore può pensare di quanto si scrive, ma che questo non può dettare le regole, quanto - piuttosto - essere un punto di confronto per migliorare la propria capacità comunicativa. Se un editore ti pubblica e poi si aspetta che tu risponda pienamente alle aspettative del pubblico dei lettori, beh, secondo me vuol dire che non è veramente interessato a quel che scrivi ma a quanto può guadagnare lui.»
Devo dire che sono d'accordo con entrambi i pareri. Credo che scrivere nasca anzitutto dall'intimo bisogno di raccontare qualcosa che ci si porta dietro: magari, per imprigionare i propri demoni in una gabbia di inchiostro, o forse per rendere i propri sogni più vividi, oppure per ritrarre qualcuno o qualcosa in modo da poterlo osservare con calma. Questo è un atto creativo che di solito non ha nulla a che fare col lettore. E' lo stesso impulso che spinge il pittore a prendere il pennello, o il musicista a sfiorare le corde del suo strumento.
Vorrei che questo punto sia chiaro: non c'è editore/lettore che abbia il diritto di mettere bocca sul contenuto di cosa si scrive.
D'altro canto, però, il confronto col lettore può essere utilissimo per valutare la propria capacità comunicativa. Questo l'ho capito solo dopo la pubblicazione. In precedenza, mentre scrivevo, avevo l'esigenza di raccontare qualcosa, ma non mi soffermavo molto sulla modalità con cui lo stavo facendo. Benchè sapessi più o meno cosa volessero dire, parole come trama, linguaggio, stile rimanevano per me concetti astratti.
Una volta che il libretto ha iniziato a circolare, però, mi sono reso conto che forse un personaggio l'avrei potuto tratteggiare in maniera più complessa; oppure che un dialogo avrebbe potuto suonare più verosimile se scritto in un altro modo; o magari, che certe parole stavano bene sulla bocca di un personaggio, ma stonavano se a pronunciarle era qualcun altro.
In conclusione, queste considerazioni non hanno niente a che fare con i contenuti, ma con la forma della storia. Sotto questo punto di vista, il parere dei lettori può essere prezioso.
Bene, spero di essere riuscito a spiegarmi senza risultare troppo cervellotico. Trovo questo tipo di discussioni molto affascinante, e sono contento che qualcuno abbia perso un po' di tempo a raccontarmi la sua esperienza.
Ad un anno dalla pubblicazione de Il libraio di Kolos (giorno più, giorno meno), credo che sia il momento di fare qualche riflessione.
Quando spedii il manoscritto a Il Filo, non avevo la benché minima idea di cosa volesse dire pubblicare un libro. La mia decisione era nata un po' per gioco, un po' (lo confesso) per paura di venire dimenticato nelle brume inglesi. Non mi aspettavo un granché e la proposta della casa editrice mi colse alla sprovvista: possibile che quella breve storia potesse suscitare qualche interesse?
C'era però un particolare che mi lasciava perplesso: il contratto prevedeva delle copie da acquistare e questo faceva nascere il sosospetto che la proposta non fosse poi così disinteressata. Che fare? Consultai i miei vecchi amici, che risposero con entusiasmo, tanto che alcuni decisero di anticipare i soldi delle copie del libro che avrebbero acquistato prima ancora che questo venisse stampato.
Ecco i nomi dei miei benefattori. Se Il libraio di Kolos ha visto la luce, lo devo soprattutto a loro:
Accettata la proposta, iniziò il difficile lavoro di rifinitura. Lessi e rilessi il manoscritto, ma nonostante gli sforzi miei e della correttrice ufficiale, di errori ne sono rimasti. Questo fatto non mi dà pace: non esagero quando dico che ogni volta che trovo una sbavatura è come se ricevessi una stilettata. In ogni modo, il manoscritto fu dato alle stampe, e un bel giorno, agli inizi dello scorso agosto, ricevetti a casa le copie che avevo acquistato.
E' difficile descrivere con esattezza quello che ho provato sfogliando quel libretto. Incredulità, soprattutto: "Un romanzo, addirittura! Ma l'ho scritto proprio io?!" Sto ancora tentando di abituarmi all'idea.
Dopo la pubblicazione, sono venuti i concorsi (innumerevoli, costosi e tutti falliti), le copie da spedire per eventuali recensioni (ne ho ottenuta solo una, su Il Fogliaccio di Pisa, fatto che comunque mi ha riempito di orgoglio), e soprattutto le presentazioni e le interviste.
Due interviste (una radiofonica, una, più recente, online), due presentazioni (a Roma e a Pisa). Tutte occasioni importanti, perchè mi hanno costretto ad interrogarmi sul significato del mio racconto, e sulla natura del genere che avevo scelto, il fantasy. Mi sono reso conto che l'autore ha delle precise responsabilità nei confronti del lettore: deve provare a rispondere, a spiegare, a prendere posizione su quello che si è scritto, anche a costo di scontentare qualcuno.
Questo aspetto della "professione" proprio non me l'immaginavo. Devo dire però che mi piace non poco, perchè mi costringe a ragionare sul senso di quello che faccio.
Ho fatto bene a pubblicare, anche se a pagamento? Probabilmente sì, perchè ho iniziato a prendere sul serio qualcosa che faccio da sempre, ovvero scrivere e inventare storie. Inoltre, vedere il mio racconto trasformarsi in un libro mi ha permesso di fare un passo indietro ed esaminare con occhio critico la qualità del materiale. In questo sono stato enormemente aiutato dai lettori che mi hanno lasciato le loro impressioni sul blog, segnalandomi alcuni aspetti su cui posso ancora migliorare. Questo lavoro non è ancora concluso: aspetto ancora alcune recensioni che mi sono state promesse ma tardano ancora ad arrivare (dum spiro spero).
Che mi rimane da dire? Sicuramente, che in un mondo così difficile come quello dell'editoria italiana, non c'è spazio per errori o esperimenti amatoriali. Mi sto rendendo conto che c'è ancora molto da fare: la parte pubblicata aspetta nuove correzioni e alcune modifiche, e il secondo capitolo della saga deve essere editato bene se vuol vedere la luce.
Si torna alle sudate carte, dunque! Ma è bello, perchè si impara a dare forma compiuta alle proprie fantasticherie.
Qualche settimana fa Antonella (antanz1967) mi ha sorpreso proponendomi un'intervista sul suo blog. Questo weekend sono finalmente riuscito a rispondere alle sue domande. Ecco un'anterpima: